Lotta dura alla cintura

Appena trasferito a Milano, il mio allora futuro coinquilino si offrì volontario per accompagnarmi in una sessione di shopping matto e disperatissimo perché avevo bisogno di migliorare il mio look.

Ogni città ha il suo stile giovanile di riferimento, e io ero troppo jeansone-slargone-maglione-slargone-felpone-sportivo per sopravvivere nella Jungla della Moda, il Quadrilatero Glitterato. Urgeva correre ai ripari.

Cominciò così una lunga Via Crucis nei templi milanesi del fashion a buon mercato: primo mistero stiloso, H&M; secondo mistero stiloso, Zara; terzo mistero stiloso, H&M; quarto mistero stiloso, Zara. Perché a Milano esistano più H&M e Zara che rosticcerie non riuscirò mai a spiegarmelo, io.

Bottino del delirio di stand, camerini, grucce e file alle casse? Un paio di jeans di quart’ordine dal colore e taglio indefinibile (abbandonati in breve tempo senza grossi rimpianti) e due camicie basic – una bianca e una nera – inspiegabilmente a righine micragnose, che forse sarebbe ora di sostituire con nuove versioni ancora più basic.

Nulla di fatto, insomma. Per l’ultimo, disperato tentativo di rendermi un po’ più alla moda e un po’ meno… beh, me stesso, il mio coinquilino decise così di giocare l’ultima carta, l’extrema ratio di ogni fashion victim che si rispetti: il jeans slim. E non uno qualsiasi.

Trascinato in un negozietto alle Colonne di San Lorenzo, di fronte al mio sguardo decisamente poco fiducioso, l’ei fu futuro mi parò davanti la corona di spine della moda indie milanese: i Cheap Monday.

Per chi non li conoscesse i Cheap Monday sono una sorta di piaga d’Egitto in forma di jeans, con una vestibilità talmente risicata che per indossarli in maniera dignitosa occorre un rapporto altezzo/peso pari a 4/2. In tutti gli altri casi, l’effetto anfora di terracotta è inevitabile. In parole povere? Ti fanno un culone da qui all’eternità.

Anche qui: come riesca così tanta gente ad andare in giro compressa in questo vuoto pneumatico spinto – senza presentare evidenti effetti di asfissia, quanto meno – non è chiaro, ma nella Capitale italiana del Fashion questi jeans superultramegastretti vanno per la maggiore. E non solo a Milano, a dirla tutta.

La verità è che il nuovo modello di bellezza maschile imperante è diafano, filiforme, anche un po’ smorto. Un Pete Doherty meno drogato, per intenderci, o un Robert Pattinson col dono del sapone. Care regine del carboidrato, cominciate a temere per il vostro scranno: i Maschi del Terzo Millennio (MTM™) ora sono costretti a seguir diete svilenti e smagrenti molto più di voi.

Voi, almeno, avete la scusa delle tette.

La sindrome del diavolo che veste Prada

Il diavolo veste Prada

“Claudio, per scrivere di moda devi essere interessato alla moda”.

Quando me lo sono sentito dire da Marco – qualche mese fa, di fronte a una domanda un po’ risibile – mi sono scoperto punto nell’orgoglio.

Non che non avesse ragione, intendiamoci: io di moda non ne capisco nulla davvero. Mi curo poco, mi vesto in maniera sciatta. Non so riconoscere un Roberto Cavalli da un Vivienne Westwood. Una lana da un cashmere. Un viola da un pervinca. Un dramma, insomma. La cosa più vicina all’interessarmi alla moda che io abbia fatto in vita mia è stata a quattro anni, quando mi sono imposto contro mia madre che voleva ancora affibbiarmi vecchie collezioni di vestiti di mio fratello più grande. Neanche fossi un tipo da outlet.

Punto nell’orgoglio, dicevo. Perché, per quanto finto modesto, sotto sotto, un egocentrico non potrà mai accettere di essere messo di fronte alla sua incapacità di fare qualcosa. Qualsiasi cosa. A parte montare i mobili Ikea, ovvio: nessuno è in grado di farlo senza che gli avanzino pezzi.

Quindi, questo blog. Per dimostrare che anche chi non capisce nulla di moda può parlare di moda. Per riderci un po’ su. Per curare le piccole idiosincrasie che ci portiamo dietro. O per qualcos’altro: si vedrà.

Per ora si va avanti finché si può, e si naviga a vista. Tempo stimato prima del naufragio? Meno della durata di una collezione Guru.